Goldrake e l’animazione giapponese in Italia

L’attenzione per l’animazione giapponese in Italia nasce alla fine degli anni 70 e il 2025 è stato l’anno di Goldrake per il 50° anniversario della sua messa in onda in Giappone (come regalo natalizio RaiPlay ha appena reso disponibile l’intera serie tv). Un’analisi approfondita sul robot, con una comparazione puntuale tra la serie classica e il nuovo remake, viene fatta da Fausto Avaro in “Goldrake U – il guardiano del Pianeta Blu” (Nippon Shock Edizioni), dove l’autore spiega i motivi di fascinazione per questo personaggio.

Perchè Goldrake è un personaggio importante che si continua sempre ad amare ?

“Goldrake, a mio avviso, è un personaggio che si ama in quanto la narrazione che lo riguarda è molto matura e, nello stesso tempo formativa. A discapito di quello che si credeva e diceva negli anni settanta, in particolare da parte di fantomatiche associazioni genitoriali e testate giornalistiche, questo anime ha trasmesso dei messaggi importanti e ancora attuali, ne cito alcuni: la ricerca della pace, il rifiuto della violenza, l’amore per il prossimo e per ciò che può apparire diverso (in questo caso l’elemento alieno), il rispetto per la natura e il contesto ambientale. Da non sottovalutare il fatto che questo cartone animato spaziale è stato il primo ad arrivare in Italia presentando un robot con fattezze antropomorfe che, come diretta conseguenza, ha causato un effetto impattante e dirompente che lo ha portato a restare impresso nella memoria di tutti, anche di quelli che oggi non ne sono appassionati. La caratterizzazione di Actarus, il Principe di Fleed, sia fisica che a livello caratteriale è meravigliosa e per quanto concerne la sua fisicità non possiamo non ricordare due miti che lo hanno reso indimenticabile: Kazuo Komatsubara e Shingo Araki”.

Di certo una lettura di grande interesse è anche il saggio di Jacopo BeniniAl cinema con gli anime – I film di montaggio italiani tratti dalle serie televisive giapponesi negli anni Ottanta” (Società Editrice La Torre), un affascinante viaggio nel tempo che parte dagli anni ’60 con i capolavori cinematografici della Toei – giunti in Italia in modo non rispettoso verso gli autori -, prosegue con la nascita e lo sviluppo dell’industria dell’animazione televisiva e si conclude con l’esperimento italiano di valorizzazione degli anime al cinema (testo valorizzato da alcune interessanti interviste ad esperti e protagonisti del settore cinematografico all’epoca).

Abbiamo sentito i due autori a riguardo:

Come è cambiata l’attenzione verso l’animazione giapponese nel tempo ?

Fausto Avaro con l’autore Go Nagai

Avaro: “L’attenzione nei confronti degli anime è cambiata, e questo è un dato di fatto. L’approccio delle nuove generazioni risulta naturale e normale in quanto sono cresciute con la loro costante presenza mentre per quelli della mia età, al tempo, l’approccio è stato una sorta di passaggio prorompente, come già accennavo, che ci ha portato a muoverci dai cartoons, propriamente per bambini, di Hanna & Barbera (Gli Antenati, Scooby Doo) e della Warner Bros (Looney Tunes) a quelli nipponici destinati ad un pubblico infantile ma anche adulto. Anche lo stereotipo dell’eroe è cambiato e mentre negli anni settanta, anche se giovane, il protagonista di una serie anime risultava, nonostante il suo passato tormentato e doloroso, all’apparenza più vecchio e maturo e saldo sulle sue decisioni, quello odierno è rappresentato con marcate fragilità sia nel carattere che nei tratti fisici (si pensi allo Shinji Ikari di Evangelion o al nuovo Actarus della serie reboot Goldrake U), uniformandosi con lo stereotipo del giovane d’oggi”.

Benini: L’animazione giapponese – perlomeno in Italia, che rappresenta il contesto socioculturale su cui si è maggiormente concentrato il mio libro – ha conosciuto un enorme salto di popolarità e apprezzamento col passare degli anni. In una prima fase, durante il cosiddetto anime boom a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, ha catalizzato l’attenzione del pubblico nostrano – complice imprescindibile l’approdo sui teleschermi nazionali – ed è passata dal costituire una proposta nei cartelloni delle sale che non riusciva a tenere in alcun modo il confronto con le produzioni disneyane all’incarnare una vera e propria rivoluzione di linguaggi, temi e personaggi tutti completamente nuovi nel loro modo di presentarsi e svilupparsi rispetto a quanto già visto. Ed è qui che il fenomeno dei film di montaggio realizzati in Italia durante lo stesso periodo ha rappresentato un vero e proprio anello di congiunzione tra la sala dei primi esperimenti d’importazione e il salotto dei successi televisivi folgoranti e conclamati, offrendo una nuova opportunità di visione che, di fatto, metteva in continuità entrambi. Da qui – ma facendo un grande salto in avanti nel tempo – la seconda fase, quella dell’arrivo di Internet nelle case degli italiani e dei forum a tema a cavallo tra il vecchio e il nuovo millennio; è in tali contesti che le stesse operazioni di rimontaggio cinematografico italiano di cui sopra hanno assunto dei connotati decisamente svalutativi negli scambi tra appassionati ma, a mio dire, è proprio il confronto tra questi film realizzati spesso in maniera arbitraria per lo sfruttamento in sala e le serie anime televisive da cui derivano ad aver contribuito in una certa misura al cristallizzarsi in maniera positiva del culto dell’animazione giapponese per come lo conosciamo e viviamo oggi, nonché ad attribuire un maggiore rispetto verso questo tipo di produzioni mediali nella loro integrità e visione originale”.

Quali differenze noti tra chi ha vissuto la scoperta dell’animazione giapponese alla fine degli anni ’70 e i giovani di oggi ?

Jacopo Benini durante un incontro

Benini: “Credo che con l’arrivo delle piattaforme streaming e delle loro sconfinate librerie di contenuti, sempre accessibili nella loro interezza – parlando di produzioni seriali, animate in questo caso – si è forse persa un po’ di quell’attenzione che contraddistingueva il consumo mediale delle suddette nel momento del loro approdo nei teleschermi italiani. Perdere l’appuntamento della visione di uno snodo cruciale per capire gli sviluppi narrativi di una serie non è più un fattore determinante: l’episodio sarà sempre lì, pronto per essere guardato quando si avrà tempo a disposizione per farlo o recuperato, nel caso lo si sia lasciato correre di sottofondo in mezzo ai mille impegni di oggi. Io stesso, non essendo propriamente un nativo digitale ma collocandomi anagraficamente in una fase di scoperta degli anime quando l’home video era già più che sdoganato, ho avuto difficoltà durante le fasi di ricerca per il libro a comprendere quanto diverso fosse il paradigma di fruizione delle serie in un momento in cui la ripetibilità della visione non era un’opzione, non c’erano videoregistratori e l’unico modo per “recuperare” il perduto era con le repliche televisive. Per questo aspetto, sono state essenziali le interviste che compongono parte del tessuto del libro, in cui gli storici del settore e gli addetti ai lavori del tempo – che approfitto qui per ringraziare ancora una volta sentitamente – hanno aiutato me e chi come me vuole o vorrà approcciarsi a quel periodo della storia dell’animazione giapponese in Italia nel comprendere con dovizia di dettagli le differenze – e talvolta le analogie – tra il guardare gli anime ieri e oggi. Allo stesso tempo, la ricca offerta che popola lo scenario mediale odierno può portare a piacevoli riscoperte di titoli acclamati tra gli appassionati che ci si era persi, magari perché si era troppo piccoli per guardarli durante la loro prima trasmissione; il “prezzo” da pagare è però la difficoltà nell’acquisire una consapevolezza cronologica della storia dell’animazione giapponese. Tutto è qui e ora, pronto per la visione senza fare distinzioni tra cosa è venuto prima e cosa dopo, quali titoli sono stati fonti d’ispirazione per i successivi e dove si collocano nel tempo. Aiuta la saggistica – accademica o divulgativa che sia -, ma è chiaro che oggi la ricostruzione del filone storiografico dell’animazione giapponese è lasciato in larga parte alla discrezione e all’interesse del fruitore, mentre al tempo della sola trasmissione televisiva era forse più intuitivo capire cosa stesse lasciando il passo a cosa, vedendo i titoli susseguirsi nei palinsesti. Trovo che questa sia una differenza fondamentale”.

Cosa cercano i lettori di manga / spettatori di anime ?

Benini: “Oggigiorno, i fruitori di questa tipologia di contenuti cercano qualcosa di genuinamente autentico e fedele alla versione iniziale giapponese e, ancora di più, alla visione originale dell’autore. Parlando di anime, anni e anni di censura audiovisiva sulle reti televisive hanno sicuramente acuito questa sensibilità e condotto una buona fetta di cosiddetti puristi a rigettare le versioni doppiate, preferendo le sottotitolazioni e/o richiedendo a gran voce per mezzo dei social nuovi adattamenti dei classici o dei loro titoli preferiti ai rispettivi detentori dei diritti in Italia, con le “clausole” della massima fedeltà e aderenza al materiale di partenza. A un primo sguardo, quindi, operazioni come quelle che costituiscono il fulcro centrale del mio libro – i film di montaggio realizzati in Italia giustapponendo tra loro spezzoni degli episodi televisivi – risulterebbero completamente incompatibili con la sensibilità di oggi, e per certi versi è così; nuove iniziative analoghe però, questa volta realizzate non necessariamente in Italia e in piena osservanza della filiera del diritto d’autore, stanno riportando in questi anni l’animazione televisiva nelle sale italiane. Che si tratti della collazione di episodi salienti di serie antologiche, proposta come evento celebrativo delle stesse, o della riproposizione della conclusione di archi narrativi già distribuiti con la novità dell’anticipazione di quanto seguirà nella nuova tranche di episodi ancora inediti, il formato del film di montaggio – adeguato alla sensibilità e alle norme di oggi – continua a esistere e perseverare. D’altronde, in Giappone non ha mai cessato di esistere, con la proiezione in sala vista come consacrazione del valore artistico e/o commerciale (va detto) dell’anime interessato; tutto questo per dire che, secondo il mio sentire – ma anche con dati evidenti alla mano – il “formato condensato” del film di montaggio al cinema continua ad avere anche oggi valenza e scopo e, per dirla tutta, a piacere – magari non a tutti, ma di certo a quella nicchia disposta a pagare per vedere al cinema, con il suo grande schermo dai colori sgargianti e una qualità sonora avvolgente, almeno una porzione di quell’anime tanto amato e ora restaurato all’ultimo grido tecnologico per tenere il passo con le evoluzioni tecniche della sala”.