
Alla fine il sogno si è avverato. Anche se, non proprio con tanto di chiamata da Oslo e stretta di mano del Comitato norvegese. (Che, guastafeste, ha pure ricordato che il Nobel non si passa come una giacca). Ma poco importa: Donald Trump il suo Nobel per la Pace se l’è fatto consegnare lo stesso, grazie a Maria Corina Machado in una cerimonia accuratamente pensata per obiettivi, flash e hashtag. Un Nobel “emotivo”, potremmo dire, più che ufficiale. E Trump, visibilmente soddisfatto, ha celebrato l’evento come merita. “Un gesto straordinario. Maria mi ha dato il Premio Nobel per la Pace per il lavoro che ho fatto. Un magnifico esempio di rispetto reciproco”. Come a dire: missione compiuta. Il tutto, ovviamente, raccontato su Truth, il social di Trump dove i Nobel fioriscono spontanei.
Il Nobel, versione souvenir
Machado aveva già spiegato di aver “regalato” la medaglia a Trump, colpevole secondo lei, di averla tenuta ai margini della sua strategia venezuelana. “Se lo merita”, ha assicurato a Fox News, definendo la scena “molto toccante”. A Oslo, intanto, il Nobel Peace Center ha fatto da adulto nella stanza: sì, la medaglia è un oggetto e può cambiare mani. Invece, il titolo di vincitore resta dov’è. In altre parole: potete giocare con la coppa, ma il nome sull’albo non si tocca.
Il pranzo tra Trump e Machado, etichettato come semplice incontro di cortesia, si è svolto rigorosamente lontano da occhi indiscreti. Perché certe emozioni, si sa, sono più sincere a porte chiuse.
Machado, Trump e la democrazia “guidata”
Dopo la cattura di Nicolás Maduro, oggi detenuto negli Stati Uniti, Trump aveva chiarito che Machado, costretta a lasciare segretamente il Venezuela per ritirare il Nobel, non era esattamente il profilo giusto per guidare il Paese. “Serve democrazia”, aveva detto. Una democrazia, però, da definire con calma. Machado è arrivata alla Casa Bianca poco dopo mezzogiorno ed è ripartita due ore e mezzo dopo, giusto il tempo di ribadire che i venezuelani vogliono libertà, dignità e giustizia. E, guarda caso, anche democrazia. Trump, dal canto suo, per ora esclude elezioni. Meglio “indirizzare” le decisioni del gruppo dirigente rimasto a Caracas dopo l’intervento delle forze speciali statunitensi. Temporaneamente. A tempo indeterminato.
Due parole con Rodríguez
Il 14 gennaio Trump ha sentito Delcy Rodríguez, presidente ad interim del Venezuela, definendola senza esitazioni una “persona formidabile”. Il giorno dopo, Rodríguez ha annunciato una riforma parziale della legge sul petrolio. Dettaglio non secondario, visto che Washington punta a gestire estrazione e vendite. Nel frattempo, le forze statunitensi hanno sequestrato un’altra petroliera sanzionata nei Caraibi: sei in poche settimane, una collezione ormai rispettabile. Gli Stati Uniti hanno anche concluso una vendita di petrolio venezuelano da 500 milioni di dollari, la prima da quando hanno preso in mano il settore. La democrazia può attendere, il greggio no.
Il vero tesoro: il petrolio
Per completare l’opera, Trump dovrà convincere le grandi compagnie petrolifere (alcune prudenti, altre apertamente scettiche) a investire in un Paese con infrastrutture stremate. Eppure il Venezuela possiede le riserve più grandi del pianeta: 303 miliardi di barili, più di Arabia Saudita e Iran messi insieme. Un dettaglio che fa gola. Peccato che anni di gestione disastrosa e corruzione abbiano fatto crollare la produzione da oltre 3 milioni di barili al giorno a poco più di 350.000 nel 2020. Il governo promette una risalita fino a 930.000. Oggi, assicurano le autorità, siamo già a 1,2 milioni. Vabbeh, diciamolo: Il Nobel magari non è ufficiale ma il petrolio, invece, sì.
Foto: ABC News















