
Abbiamo intervistato in esclusiva per Prima Stampa Paola Romano, Psicologa del ciclo di vita, specializzata in Psicosessuologia clinica e psiconcologia. Da poco tecnico aba
In che modo il suo percorso formativo multidisciplinare, che integra Psicologia del ciclo di vita, Psicosessuologia clinica, Psiconcologia e approccio ABA, orienta la sua visione del futuro professionale?
Il mio percorso formativo nasce dal bisogno profondo di comprendere la persona nella sua interezza, nei passaggi delicati della vita e nei momenti in cui la fragilità emerge con più forza. L’incontro tra Psicologia del ciclo di vita, Psicosessuologia clinica, Psiconcologia e approccio ABA non è stato casuale: ciascun ambito ha risposto a una domanda diversa che mi sono posta nel tempo, come donna e come futura psicologa.
Questo percorso orienta la mia visione del futuro verso una professione vissuta come relazione, presenza e accompagnamento. Mi immagino come una psicologa capace di stare accanto alle persone nei momenti di cambiamento, di crisi o di sofferenza, offrendo uno spazio sicuro in cui potersi raccontare senza giudizio.
Quali ambiti di intervento ritiene prioritari per il suo sviluppo professionale nei prossimi anni e con quali tipologie di utenza intende lavorare prevalentemente?
Nel mio futuro professionale sento come prioritario il lavoro con adolescenti e adulti che attraversano fasi complesse della propria vita, come momenti di confusione identitaria, difficoltà relazionali o problematiche legate alla sessualità, alla malattia o alla perdita. Mi sento particolarmente vicina anche alle famiglie e ai caregiver, spesso silenziosamente sovraccarichi, che hanno bisogno di essere visti e sostenuti.
Desidero lavorare con persone che portano storie delicate, non sempre lineari, e che cercano uno spazio in cui potersi fermare, respirare e ritrovare un senso di continuità con se stesse.
Come considera il valore dell’integrazione tra approcci clinici diversi (psicosessuologico, psiconcologico e comportamentale) nella presa in carico globale della persona lungo l’intero arco di vita?
Credo profondamente che nessun approccio, da solo, possa raccontare tutta la complessità dell’essere umano. L’integrazione tra prospettiva psicosessuologica, psiconcologica e comportamentale rappresenta per me la possibilità di incontrare la persona lì dove si trova, rispettando i suoi tempi, il suo corpo, le sue emozioni e il suo contesto di vita.
Integrare significa non ridurre la sofferenza a un’etichetta, ma riconoscerla come un’esperienza che attraversa più livelli dell’esistenza. È in questa integrazione che sento di poter offrire una presa in carico realmente umana e coerente lungo tutto l’arco di vita.
Quali sfide cliniche ed etiche prevede nel suo futuro professionale, in particolare nei contesti di fragilità emotiva, relazionale o legata alla malattia?
So che il mio lavoro mi porterà spesso a confrontarmi con il dolore, la paura, la rabbia e il senso di impotenza, soprattutto nei contesti di fragilità emotiva, relazionale o legata alla malattia. Una delle sfide più grandi sarà imparare a stare accanto senza invadere, a sostenere senza sostituirmi e a mantenere confini chiari senza perdere l’empatia.
Dal punto di vista etico, sento forte la responsabilità di lavorare con rispetto, ascolto e consapevolezza dei limiti, valorizzando il lavoro in rete e la supervisione come strumenti fondamentali di tutela sia per la persona che per il professionista.
Che contributo ritiene di poter offrire, come Psicologa, alla promozione del benessere psicologico e della qualità di vita delle persone e delle famiglie che si rivolgono a lei?
Come psicologa, desidero offrire uno spazio in cui le persone possano sentirsi accolte, comprese e legittimate nei propri vissuti. Il mio contributo al benessere psicologico non si basa sull’idea di “aggiustare”, ma sull’accompagnare: aiutare a dare senso, a riconoscere le proprie risorse e a trasformare il dolore in qualcosa che possa essere pensato e condiviso.
Credo che la qualità della vita passi anche dalla possibilità di sentirsi meno soli nelle proprie fatiche. Se nel mio lavoro riuscirò a offrire questo, presenza, ascolto e umanità, allora sentirò di aver svolto davvero il mio ruolo.















