Proteste (e richieste) per non fermare la ferrovia Termini-Centocelle

Roma. Tenere in vita la ferrovia Termini–Centocelle almeno fino alla fine dell’anno. Questa la richiesta accorata e sempre più urgente che l’associazione Cesmot (Centro Studi sulla Mobilità e i Trasporti) rivolge all’assessore capitolino alla Mobilità, Eugenio Patanè. Una richiesta che nasce dall’ennesima decisione calata dall’alto e che rischia di cancellare, con mesi di anticipo, una linea storica e fondamentale per migliaia di cittadini. La ferrovia, destinata a diventare la futura linea G, è infatti ormai condannata alla chiusura. Ma mentre il piano industriale di Atac indicava lo stop alle corse a dicembre 2026, dal Campidoglio si fa strada l’ipotesi di anticipare tutto già a giugno, senza garanzie e senza alternative credibili.

A giugno fine servizio del trenino Termini-Centocelle. Ecco perché

Una chiusura annunciata (e accelerata)

Recentemente, nel corso di un’audizione in commissione Mobilità, Patanè ha illustrato lo stato di avanzamento del progetto che trasformerà la ferrovia nella tramvia Termini–Tor Vergata. Il progetto definitivo è pronto, i fondi del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti sono stati stanziati e l’amministrazione punta a bandire la gara entro marzo. Ma per farlo, si vorrebbe spegnere il servizio già a giugno 2026, così da avviare subito le attività preliminari una volta assegnati i lavori. Una scelta che, nei fatti, anticipa i disagi senza che esista ancora un calendario chiaro degli interventi.

Gli utenti pagano il prezzo più alto

Lo stop al “trenino” non è ancora formalizzato, ma il solo annuncio ha già sollevato un’ondata di proteste. A farsi portavoce del malcontento, come detto, è il Cesmot, che ha raccolto le preoccupazioni di residenti e pendolari, in particolare nel quadrante di Tor Pignattara. “Siamo consapevoli della necessità di ammodernare un’infrastruttura strategica – dice l’associazione – ma è inaccettabile ipotizzare una chiusura anticipata senza un cronoprogramma dettagliato dei lavori”. Secondo il Cesmot, per ridurre i disagi sarebbe molto più logico partire dai cantieri nel tratto già inattivo. Quello cioè, tra Centocelle e Giardinetti, e procedere verso Tor Vergata soltanto successivamente.

Un servizio vitale che non può essere cancellato

L’obiettivo è chiaro: mantenere il servizio attivo dove ancora funziona, intervenendo invece su una tratta dove i treni non circolano da anni. “Così – spiega il presidente Cugini – si garantirebbe per tutto il 2026 il trasporto su ferro ai quartieri di Tor Pignattara e alle zone limitrofe”. Un servizio essenziale per una popolazione composta in gran parte da anziani e cittadini stranieri, spesso senza automobile, per i quali il “trenino” non è un optional ma una necessità quotidiana. Ignorare questo dato equivale a voltare le spalle a una parte fragile della città.

Basta decisioni unilaterali: serve confronto

Cesmot chiede all’assessore Patanè di fermarsi e aprire finalmente un tavolo di confronto vero con cittadini, associazioni e tecnici del settore. “Solo attraverso il dialogo – ribadisce l’associazione – si può individuare una soluzione condivisa che limiti al massimo l’impatto su chi ogni giorno utilizza la linea”. Andare avanti senza ascoltare il territorio rischia solo di aggravare una situazione già delicata.

La linea G tra promesse e criticità

La futura linea G, che collegherà Termini a Tor Vergata, si svilupperà per 13,3 chilometri con 25 fermate, attraversando i municipi I, VI e VII. L’opera è finanziata con 231 milioni di euro dal Mit e ha già rischiato di arenarsi dopo il parere negativo dell’università di Tor Vergata nella conferenza dei servizi del novembre 2024. Lo stallo è stato poi superato con la soluzione del cosiddetto “viadotto Sorbona”, il ponte che consentirà ai tram di scavalcare l’area a ridosso dell’ateneo. Ma mentre i progetti avanzano sulla carta, resta la domanda fondamentale: perché far pagare subito il prezzo più alto ai cittadini, se ci sono alternative meno traumatiche?

Foto: romaatac.altervista.org