Mauro Bondì:Inclusione scolastica, una sfida educativa e culturale: il ruolo della scuola e delle politiche pubbliche

Mauro Bondì, classe 1994, docente di lettere e sostegno nonché giornalista pubblicista. Impegnato in politica da circa 17 anni, oggi responsabile provinciale istruzione di Fratelli d’Italia a Palermo.

Qual è oggi il ruolo della scuola nella promozione di politiche inclusive per studenti con background diversi?

La scuola ha un ruolo centrale perché rappresenta il primo luogo istituzionale che ogni cittadino incontra ed è particolarmente determinante per studenti con disabilità o fragilità. Non è solo un luogo di istruzione, ma uno spazio in cui si costruiscono autonomia, consapevolezza e strumenti per affrontare il mondo reale.In questo quadro si inseriscono le politiche che stiamo portando avanti con il Governo guidato da Giorgia Meloni: dalla riorganizzazione degli ASACOM, la diffusione capillare del PEI digitale, fino all’istituzione del PDP universitario, che rafforza la continuità dei percorsi inclusivi anche dopo la scuola secondaria. Su questo fronte, stanno lavorando egregiamente molti parlamentari, tra cui Annamaria Fallucchi, Ella Bucalo, Raoul Russo. Importanti sono inoltre le riforme volute dal Ministro per le Disabilità Alessandra Locatelli, in particolare la legge sui caregiver e l’estensione del progetto di vita: accanto alla scuola – infatti- resta fondamentale una rete territoriale che coinvolga enti locali, associazioni e terzo settore, per garantire continuità e supporto nel tempo.

In che modo le politiche giovanili possono collaborare con il sistema scolastico per ridurre le disuguaglianze educative?La collaborazione tra politiche giovanili e scuola deve basarsi su un dialogo reale e su uno scambio continuo. La scuola deve saper ascoltare le nuove generazioni e interrogarsi su come comunicare oggi con i ragazzi, adattando i codici linguistici e didattici alla contemporaneità.Questo non significa modificare o impoverire i saperi, ma cambiare il modo in cui vengono trasmessi, utilizzando nuove tecnologie, strumenti digitali e linguaggi più vicini alla quotidianità degli studenti. Anche una disciplina apparentemente lontana come la storia può essere insegnata in modo efficace attraverso nuovi strumenti didattici.Se la scuola resta ancorata a modelli di insegnamento superati, rischia di non essere seguita; rinnovare i metodi significa invece rendere i contenuti nuovamente vivi e accessibili.

Quali strategie concrete ritiene più efficaci per favorire l’inclusione degli studenti a rischio di esclusione sociale?

Parlare di esclusione sociale significa declinare la dinamica dell’inclusione scolastica, affrontando anche il tema della dispersione. La strategia più efficace è il coinvolgimento autentico degli studenti, facendo comprendere che la scuola non è solo nozionismo, ma il luogo in cui si impara a stare al mondo.Nel Sud e in Sicilia la dispersione scolastica è più elevata, ma non dipende solo dalle leggi, che sono le stesse in tutta la penisola italiana: deriva piuttosto da condizioni territoriali storicamente complesse. In questi contesti molti insegnanti e dirigenti vivono il proprio lavoro come una vera missione educativa.Figure come la preside Eugenia Carfora, insieme a tanti dirigenti e docenti delle nostre zone , testimoniano un impegno quotidiano volto a offrire modelli positivi e una prospettiva concreta di futuro, in collaborazione con famiglie e istituzioni.

Come possono i giovani essere coinvolti attivamente nella costruzione di politiche scolastiche più inclusive?

I giovani mostrano spesso una maggiore apertura verso le differenze rispetto alle generazioni adulte, ma persistono episodi di discriminazione, bullismo e violenza nei confronti dei soggetti più fragili. Negli ultimi anni la sensibilizzazione su questi temi è cresciuta, anche grazie all’educazione civica.

Tuttavia, il bullismo nasce spesso da mancanza di comunicazione e da vissuti personali irrisolti. Prevenirlo non significa solo intervenire o denunciare, ma educare quotidianamente.

L’educazione all’affettività non è quindi necessariamente una disciplina a sé: può emergere anche dalle materie tradizionali. Anche una lezione di latino, di letteratura o di filosofia può diventare un momento di riflessione sull’empatia, sulle relazioni e sul rispetto dell’altro, contribuendo alla crescita umana e civile degli studenti.