Martina La Sala :Relazione, progetto e prevenzione: le figure educative nei contesti sportivi

Abbiamo avuto il piacere di intervistare in esclusiva per Prima Stampa Martina La Sala, educatrice e pedagogista.

Qual è la differenza tra educatore e pedagogista e quali sono le loro funzioni nei contesti educativi e sportivi?

Parlare di educatori e pedagogisti non è trattare etichette distanti, piuttosto oserei definire queste figure come complementari. O almeno, questo è il modo in cui personalmente le vivo. L’educatore è il mediatore che vive la relazione quotidiana, che crea confronto, dialogo, condivisione. È una presenza concreta, purtroppo ad oggi sottovalutata, che agisce in differenti ambiti: scuole, servizi, comunità, associazioni. Spesso però circoscritta a mestieri non attinenti. È una figura che guarda al processo e, insieme a lui, il pedagogista analizza e costruisce progetti educativi, interventi, dando in qualche modo coerenza alle azioni educative. La differenza, quindi, non è gerarchica quanto più funzionale: l’educatore accompagna nel concreto della relazione, aiuta a gestire il conflitto e/o le emozioni. Il pedagogista orienta e progetta quel percorso affinché non sia lasciato al caso. Un contesto sportivo è già un contesto di relazione ed un potente luogo di formazione. In questo spazio si sperimentano il limite, la competizione, l’appartenenza, la frustrazione, il riconoscimento. Un educatore può sostenere un giovane quando attraversa una fase di insicurezza, può facilitare l’inclusione nel gruppo, può trasformare un conflitto in occasione di crescita. Dopotutto, l’obiettivo dell’educazione è proprio quello di entrare in contatto con gruppi di giovani con cui svolgere attività che recano benessere. È far riconoscere ai giovani, ad esempio, che c’è altro oltre alla mera competizione. Le figure educative rilevano così un disagio e si impegnano per trasformarlo in risorsa.

In che modo il pedagogista può collaborare con allenatori e società sportive per promuovere lo sviluppo educativo dei giovani atleti?

L’esperienza sportiva, così come qualsiasi altra esperienza, è esperienza di vita. In quanto tale è necessario trasmettere valori che corrispondono a un processo di crescita sano, giusto, rispettoso. Come ho già detto in precedenza, lo sport offre ai giovani l’opportunità di confrontarsi con i propri limiti, di sperimentare la collaborazione, di gestire la frustrazione e di apprendere la disciplina, ma senza una guida educativa questi momenti rischiano di rimanere isolati o addirittura diventare fonte di stress. In campo i giovani imparano a gestire vittorie e sconfitte, a rispettare le regole, a confrontarsi con le diversità e a prendersi responsabilità. Queste esperienze non rimangono, o almeno, non devono rimanere isolate tra le mura di un campo. Devono divenire strumenti di crescita che possono essere riportati all’esterno, in continuità con la scuola, con la famiglia, con la società e la comunità per un benessere collettivo ma che in un modo o in un altro parte da sé. L’educatore, così come il pedagogista, risponde ad ogni chiamata, ad ogni esigenza che prevede sfide personali, dinamiche di gruppo o, per ultimo, ma non per importanza, l’inclusione di ciascuno.

Quali competenze pedagogiche sono fondamentali per lavorare nello sport giovanile ?Quali competenze pedagogiche sono fondamentali per lavorare nello sport giovanile ?

Sono un’educatrice, e a breve, sarò una pedagogista. Ammetto di non aver mai avuto esperienza in questo ambito, ma ciò che ho appreso nel corso della mia carriera universitaria, è che non ci sono esclusive competenze per specifici ambiti. Il nostro lavoro è un lavoro d’équipe e probabilmente questo fa la differenza: il non essere da soli e il confrontarsi con un team multiprofessionale. Questo non è che d’insegnamento per noi poiché questo confronto continuo è alla base dei progetti educativi. Essere in attività con giovani ragazzi significa accogliere una grande responsabilità: quella di accompagnare ognuno di loro alla piena consapevolezza, sapendo che anche il più piccolo gesto di attenzione può fare la differenza. Significa riconoscere l’altro, accoglierlo nelle sue ingestibili abitudini e aiutarlo, valorizzarlo, rispettarlo. Solo attraverso questo riconoscimento il giovane può crescere con fiducia, e chi educa cresce insieme a lui.

Come può l’educatore intervenire in situazioni di disagio, conflitto o abbandono sportivo?

Parlare di abbandono e disagio, è toccare con mano una realtà che mi sta a cuore, personalmente e professionalmente. La dispersione giovanile si manifesta in forme diverse, anche silenziose. È accompagnata spesso da isolamento, demotivazione, apatia, difficoltà relazionali e rischi di esclusione sociale. Ma è solo la punta di un iceberg immenso. Questo disagio spesso non viene adeguatamente attenzionato perché è considerato “tipico” di quell’età o semplicemente parte di un passaggio evolutivo difficile, ma in realtà nasconde bisogni reali e significativi. Non esistono azioni standardizzate, ma esistono azioni pensate, nulla è lasciato al caso. Ogni intervento è personalizzato, adattato sia alle esigenze del singolo che alle dinamiche del gruppo e del contesto in cui si opera, perché ogni giovane ha una diversa storia alle spalle, e così anche diverse tempistiche: ciò che funziona con uno di loro potrebbe non funzionare con un altro. Inoltre la continuità tra sport, casa e scuola è fondamentale. Coinvolgere famiglie o caregiver significa condividere strategie, osservazioni e obiettivi educativi, in modo che i ragazzi trovino coerenza tra i diversi contesti della loro vita. Tra l’altro è doveroso, da parte mia, soffermarmi sul fatto che l’educatore non interviene solo quando emergono problemi, ma lavora per prevenire il disagio. Crea quindi esperienze positive, valorizza i successi, rafforza il senso di appartenenza e la fiducia dei giovani in sé stessi e nel gruppo. Lo scopo è far sì che il contesto diventi un ambiente sicuro e motivante, dove i ragazzi imparano a gestire le difficoltà e a riconoscere le emozioni, prima che diventino ostacoli.

Qual è il ruolo dell’educatore pedagogista nella promozione dell’inclusione e dell’integrazione di atleti con disabilità o provenienti da contesti socio-culturali diversi?

Ecco, tocchiamo qui un tasto dolente. In molti contesti, e non solo sportivi, la diversità viene vista spesso come un problema, una barriera, piuttosto che come una ricchezza da accogliere e valorizzare. Anche oggi, nonostante le Paralimpiadi e i grandi esempi di sport inclusivo, molte persone continuano ad associare la disabilità all’impossibilità di fare sport, o più in generale a un’idea limitata di capacità e partecipazione. Questo pregiudizio, purtroppo, è ancora radicato e rischia di essere trasmesso ai ragazzi in modo inconsapevole, influenzando la loro percezione di sé e degli altri. Per tale ragione è fondamentale cambiare questo pensiero: non basta denunciarlo, occorre costruire una nuova cultura dell’inclusione attraverso informazioni valide, esperienze concrete e figure educative preparate. Docenti, allenatori, educatori, pedagogisti e altri professionisti hanno un ruolo chiave in questo. In questo spazio l’educatore pedagogista diventa così un facilitatore, e lo sport può così divenire luogo di empowerment. La vera inclusione non si costruisce attraverso grandi gesti platonici o interventi straordinari, ma passo dopo passo, attraverso piccole azioni quotidiane e piccole nozioni che si consolidano nel tempo. Ogni parola di incoraggiamento, ogni momento di ascolto, ogni attenzione dedicata a riconoscere le differenze e valorizzarle contribuisce a creare un ambiente in cui ragazzi e adulti imparano a rispettarsi, collaborare e sentirsi parte di una comunità. È chiaro che la diversità si manifesta anche nelle piccole cose: nel sentirsi sbagliati, nel sentirsi meno bravi, nel percepirsi poco capaci o mai abbastanza. Ognuno di noi ha vissuto, in un modo o nell’altro, una qualche forma di discriminazione o esclusione. Ed è proprio da queste esperienze, da ciò che abbiamo vissuto, che da adulti possiamo imparare. Il nostro intervento non può limitarsi a essere solo tecnico o basato sull’azione. Deve essere soprattutto umano. E grazie a tutte queste bellissime “differenze”, anche io, non vedo l’ora di imparare.