
Abbiamo intervistato in esclusiva per Prima Stampa Micol Allegra Terrasi psicologa clinica .
In che modo questi episodi riflettono problemi più ampi nella società oltre al singolo crimine?
Quando eventi così diversi ma estremi emergono nello stesso periodo, non possiamo leggerli solo come deviazioni individuali. Indicano criticità sistemiche: nella regolazione emotiva, nei modelli relazionali e nei riferimenti normativi condivisi.Il punto non è solo “chi ha fatto cosa”, ma in quale contesto questo diventa possibile: tolleranza implicita della violenza, difficoltà a riconoscere segnali di rischio e una progressiva banalizzazione di comportamenti disfunzionali.
Quali fattori possono contribuire alla desensibilizzazione e alla mancanza di freni morali?Parliamo di un insieme di fattori. Da un lato, l’esposizione ripetuta alla violenza — mediatica e reale — che riduce la risposta emotiva. Dall’altro, contesti educativi poveri di alfabetizzazione emotiva, dove non si sviluppano empatia e responsabilità.A questo si aggiungono dinamiche di gruppo: la diffusione della responsabilità, il conformismo, il bisogno di appartenenza. Quando nessuno si oppone, il limite si sposta. E il comportamento deviante diventa progressivamente “accettabile”.
E’ importante intervenire già a livello educativo (scuola e relazioni) per prevenire la violenza?
Perché la capacità di riconoscere e regolare le emozioni, così come il rispetto dell’altro, non si attivano in emergenza: si costruiscono prima. intervenire a scuola e nelle relazioni significa lavorare su competenze di base — empatia, gestione della frustrazione, riconoscimento dei segnali di rischio — che sono veri fattori protettivi.Senza questo lavoro precoce, arriviamo sempre tardi, quando il comportamento è già strutturato.
Quanto sono efficaci, secondo te, le attuali misure di prevenzione e intervento istituzionale?
Le misure esistono, ma spesso sono frammentate e reattive. Interveniamo bene sull’emergenza, molto meno sulla prevenzione primaria.Il problema non è solo “cosa” viene fatto, ma quando e con quale coordinamento. Senza integrazione tra scuola, sanità, servizi sociali e sistema giudiziario, il rischio è di intercettare i casi solo quando sono già gravi.Serve più continuità e più investimento sulla fase precoce.
Cosa significa concretamente costruire una “cultura della responsabilità” nella vita quotidiana?
Significa uscire dalla logica della delega e dell’indifferenza. Vuol dire riconoscere che anche i comportamenti apparentemente piccoli — minimizzare, giustificare, non intervenire — contribuiscono a creare il contesto.Concretamente: prendere posizione, non normalizzare la violenza, educare alle relazioni sane, e soprattutto non essere complici passivi.La cultura della responsabilità non è un concetto astratto: è una somma di scelte quotidiane.Il problema non è che succede: è che succede ancora e ci sorprende ogni volta. Questo dice molto più di noi come società che dei singoli casi. un certo punto non è più solo cronaca: è qualcosa che entra nella quotidianità e non ci fa più dormire tranquilli. E quando succede questo, ignorarlo non è più un’opzione.























