
Un report che “dovrebbe” richiamare all’attenzione
Secondo il Rapporto annuale dell’Istat, l’Italia sarebbe un Paese fragile. Questa, secondo molti, non è una sorpresa clamorosa. Dopo anni di stipendi bassi, precarietà e fabbriche che chiudono, scopriamo improvvisamente che qualcosa non funziona.
Crescita? Meglio passare alla domanda di riserva
Nel 2025 l’economia italiana avanza con l’entusiasmo di un modem a 56k: solo mezzo punto percentuale. Un risultato quasi commovente, soprattutto se confrontato con Francia e Spagna, che almeno fingono ancora di avere un’idea di futuro. La Spagna, tanto per dire, riesce persino ad aumentare la produttività riducendo le ore lavorate. Fantascienza. In Italia invece si lavora di più per produrre meno, che è un po’ il nostro modo creativo di reinterpretare il concetto di progresso.
Il grande classico
l’industria si spegne lentamente mentre tutti fanno finta di non sentire odore di bruciato. Produzione industriale ancora in calo, settori energivori massacrati, tecnologia poca, investimenti meno ancora. L’automotive, un tempo orgoglio nazionale, ormai assomiglia a un cimelio da museo archeologico. Rispetto infatti al 2018, la produzione crolla del 38%.
L’uso giusto (o astuto) delle parole
L’Istat, con elegante diplomazia statistica, chiama tutto questo: “ritardo strutturale”. Cioè: anni passati a risparmiare su ricerca, innovazione e sviluppo industriale per concentrarsi invece sulla più solida strategia del “vediamo che succede”. Il risultato è un sistema produttivo frammentato, sottocapitalizzato e incapace di competere, ma con una straordinaria capacità di organizzare convegni sulla resilienza.
Stavano meglio i padri…
Naturalmente il disastro economico produce anche quello sociale. I salari reali restano sotto i livelli pre-pandemia, però l’inflazione ha avuto il “buon gusto” di continuare a salire. Il ceto medio, che un tempo rappresentava una sicurezza, oggi sembra partecipare a un reality di sopravvivenza. Redditi stagnanti, mobilità sociale in retromarcia e giovani che scoprono di vivere peggio dei propri genitori nonostante lauree, master e stage non pagati.
Poche nascite, molti anziani e giovani in fuga
Sul fronte demografico, poi, il Paese sembra aver adottato il motto: “meno figli, più badanti”. Popolazione anziana in crescita, natalità ai minimi storici, giovani che emigrano e un sistema sociale che arranca. Però ogni tanto qualcuno in TV risolve tutto invitando le coppie a fare più bambini, magari tra un contratto precario e un affitto da 800 euro per un monolocale con muffa inclusa.
L’assenza della politica
E mentre aumentano povertà energetica e disagio sociale, la politica riesce nell’impresa di risultare invisibile. Nessuna strategia industriale, né idee di trasformazione economica, nessun progetto di lungo periodo. Il vuoto cosmico, ma con conferenza stampa.
L’aspetto più affascinante è che questi problemi vengono spesso raccontati come eventi naturali, tipo le maree o le eruzioni vulcaniche. Invece sono il prodotto di scelte precise. Anni di fede cieca nel mercato, privatizzazioni, dismissioni industriali e totale allergia agli investimenti pubblici.
La pericolosa filosofia del “tirare a campare”
Infatti, guardando i dati, appare ovvia la considerazione che servirebbero investimenti pubblici, ricerca, innovazione, welfare, sanità e istruzione. Insomma, uno Stato che faccia qualcosa. Ma per ora l’Italia continua a inseguire il proprio declino con la calma serena di chi ha scambiato il galleggiamento per una strategia economica. L’attività politica, dispiace dirlo, ma sembra essere relegata al colorito dibattimento degli schieramenti, che riserva l’interesse pubblico all’eterna lotta progressisti/conservatori. In altre parole, si ravvisa una certa distrazione di massa incentrata sulla propaganda di “questo o di quello”, piuttosto che sui reali problemi del Paese. Prima o poi, dovremo svegliarci e ciò che troveremo accanto al caffè sarà un disastro sociale.
Foto: AGI





























