Palermo, cartoline ai boss scarcerati: «Se tornerete a chiedere il pizzo vi denunceremo»

PALERMO – «Bentornati, ci auguriamo che il carcere vi abbia rieducati. Tuttavia, se proverete a chiedere il pizzo, noi vi denunceremo e voi tornerete in carcere». È il messaggio comparso in centinaia di cartoline adesive affisse nel quartiere Uditore–Passo di Rigano, a Palermo. Senza firma, ma con un contenuto inequivocabile, l’iniziativa si rivolge ai boss mafiosi tornati in libertà dopo aver scontato la propria pena, ribadendo che il territorio non intende più piegarsi alle estorsioni.

Gli adesivi sono stati collocati durante la notte su pali dell’illuminazione, cabine elettriche e altri punti particolarmente visibili del quartiere. Il tono del messaggio è fermo ma privo di provocazioni: non invoca vendette né giustizia sommaria, ma richiama il principio di legalità, ricordando che qualsiasi tentativo di imporre il racket sarà denunciato alle autorità. Un gesto simbolico che arriva in un momento delicato, caratterizzato dal ritorno in libertà di alcuni esponenti storici di Cosa nostra dopo aver concluso il periodo di detenzione.

La vicenda richiama inevitabilmente una delle pagine più significative dell’antimafia civile siciliana. Per decenni il cosiddetto “pizzo” ha rappresentato uno degli strumenti principali con cui Cosa nostra ha esercitato il proprio controllo sul territorio. L’estorsione non era soltanto una fonte di guadagno per le organizzazioni criminali, ma anche un mezzo per affermare il proprio potere e misurare il grado di assoggettamento di commercianti, imprenditori e cittadini.

Negli anni Novanta il coraggio di pochi imprenditori iniziò a incrinare questo sistema. Tra loro spicca la figura di Libero Grassi, l’imprenditore palermitano che nel 1991 rese pubblica la propria decisione di non pagare il pizzo attraverso una lettera aperta pubblicata sui giornali. Rimasto sostanzialmente isolato, Grassi venne assassinato dalla mafia il 29 agosto dello stesso anno. Il suo sacrificio è diventato uno dei simboli della resistenza civile contro il racket.

Una vera svolta arrivò però nel 2004, quando un gruppo di giovani palermitani affisse anonimamente migliaia di adesivi con la frase: «Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità». Da quell’iniziativa nacque il movimento Addiopizzo, che avrebbe cambiato il modo di affrontare il fenomeno delle estorsioni. L’associazione costruì una rete tra imprenditori, commercianti e consumatori, promuovendo il cosiddetto “consumo critico”: scegliere di acquistare esclusivamente presso attività commerciali che rifiutano di pagare il racket. Negli anni il movimento ha assistito centinaia di vittime di estorsione, costituendosi parte civile in numerosi processi di mafia e contribuendo a diffondere una nuova cultura della denuncia.

Le cartoline apparse in questi giorni sembrano richiamare proprio quello spirito. Anche in questo caso l’anonimato degli autori sposta l’attenzione dal singolo protagonista al messaggio collettivo: la comunità che prende posizione. È un cambiamento culturale importante rispetto al passato, quando la paura e l’omertà rendevano spesso impossibile denunciare le richieste estorsive.

Naturalmente, il fenomeno mafioso non può considerarsi sconfitto. Le recenti indagini delle forze dell’ordine hanno dimostrato come Cosa nostra continui a tentare di riorganizzarsi, mantenendo vivo l’interesse per le estorsioni insieme ad altri settori criminali. Proprio per questo, iniziative come quella comparsa nel quartiere Uditore assumono un valore che va oltre il gesto simbolico: ricordano che la risposta alla criminalità organizzata non dipende soltanto dall’azione repressiva dello Stato, ma anche dalla partecipazione attiva della società civile.

Le cartoline non rappresentano la soluzione al problema del racket, ma testimoniano come, a distanza di oltre trent’anni dall’uccisione di Libero Grassi e più di vent’anni dalla nascita di Addiopizzo, in Sicilia continui a esistere una parte della comunità pronta ad affermare pubblicamente che il tempo del silenzio deve restare definitivamente alle spalle.