Tagliare per salvare il mare: BLOOM chiede la demolizione dei giganti della pesca oltre i 33 metri

PARIGI – L’Unione europea si trova di fronte a un bivio cruciale per il futuro dei propri oceani e del settore ittico. In vista del voto sul prossimo bilancio settennale, l’organizzazione ambientalista BLOOM ha lanciato una campagna senza precedenti per chiedere la demolizione delle grandi navi industriali superiori ai 33 metri, identificate come le principali responsabili della devastazione degli ecosistemi marini e della crisi dei piccoli pescatori artigianali.

La “Lunghezza Massima Tollerabile” e l’impatto del gigantismo navale

La proposta si basa sul concetto scientifico di «Lunghezza Massima Tollerabile» (LMT), fissato a quota 33 metri. Tale soglia è stata individuata incrociando parametri chiave, tra cui la distanza delle attività di pesca rispetto ai porti di registrazione. Secondo il rapporto di BLOOM, intitolato «33 metri. La lunghezza massima tollerabile», le mega-navi operano in media a 4.000 chilometri dai porti d’origine e utilizzano per l’84% attrezzi da pesca ad alto impatto ambientale, come le reti a strascico e le sciabiche.

Nel dettaglio, il segmento dei colossi del mare rappresenta appena l’1% dell’intera flotta europea – pari a 638 imbarcazioni – ma cattura circa la metà del pescato totale dell’UE e assorbe la quota maggioritaria dei sussidi pubblici. Lo studio evidenzia inoltre che una nave su sette in questa categoria è stata coinvolta in procedimenti per frode, pesca illegale o corruzione.

Il grido d’allarme per la pesca artigianale e il lavoro

Oltre alla salvaguardia dell’ambiente marino, la campagna pone l’accento sulla sopravvivenza economica e sociale del settore. Dal 2017 la pesca europea ha registrato una perdita del 25% dei posti di lavoro a tempo pieno. In netta contrapposizione con il modello industriale, la piccola pesca artigianale genera fino a quattro volte più valore aggiunto e dieci volte più posti di lavoro per ogni tonnellata di pescato sbarcato.

Il tema della sostenibilità si intreccia così con la sovranità alimentare e la tutela dell’occupazione. Come sottolineato nel libro «Reprendre La mer» (in uscita per Les Liens qui Libèrent a firma di Claire Nouvian, del filosofo Baptiste Morizot e dello scienziato Daniel Pauly), l’obiettivo è riconvertire i fondi pubblici: «Invece di pagare ogni anno per una flotta titanica che trascina un intero settore nel suo naufragio, proponiamo di utilizzare il denaro pubblico per finanziare lo smantellamento delle navi di lunghezza pari o superiore a trentatré metri».

I negoziati sul bilancio UE: una finestra temporale decisiva

La mobilitazione arriva in un momento politico chiave, coincidente con l’avvio a Bruxelles dei negoziati sul prossimo quadro finanziario pluriennale (QFP) per il periodo 2028-2034, che prevede stanziamenti compresi tra i 3,5 e i 7 miliardi di euro per il settore della pesca.

Raccolgendo le istanze di BLOOM, alcuni europarlamentari – tra cui i francesi David Cormand (I Verdi) ed Emma Fourreau (La Sinistra) – hanno già presentato emendamenti mirati nell’ambito della riforma del bilancio comunitario. Il prossimo trimestre si preannuncia dunque decisivo per determinare se le politiche europee continueranno a sostenere un modello ad alta intensità distruttiva o se invertiranno la rotta verso la rigenerazione degli stock ittici e il sostegno alle comunità costiere.

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