Se il consumatore paga di più, perché chi produce guadagna meno?

Il paradosso nell’inflazione alimentare che merita di essere raccontato

E per spiegare questo paradosso non dobbiamo partire dal supermercato, ma dal campo. Perché se è vero che negli ultimi anni il consumatore ha visto aumentare il conto della spesa, è altrettanto vero che quell’aumento non si è trasformato in maggiori guadagni per chi produce. Anzi, in diversi comparti agricoli il problema è esattamente opposto: i costi crescono, mentre il margine di chi sta all’origine della filiera resta sotto pressione.

Alimentari, inflazione modesta, tuttavia a guardar bene…

L’ultimo dato Istat fotografa un’inflazione italiana tornata al 3,3% ad agosto, dal 2,9% di luglio. L’alimentare, però, viaggia su ritmi decisamente più contenuti: +1,1% su base annua. Un dato tutto sommato rassicurante, che tuttavia racconta soltanto una parte della storia. A luglio, per esempio, gli alimentari non lavorati registravano ancora un aumento del 3,6%, mentre gli alimentari lavorati crescevano dello 0,3%.

Torniamo sull’esempio emblematico del latte

Per capire cosa accade dietro quei numeri basta guardare al latte laziale. Come già detto nell’articolo presente in questo numero: “Dal campo allo scaffale, l’inflazione non risparmia il Lazio”, nel giugno scorso Coldiretti Lazio denunciava che produrre nella regione costa più che in altre aree del Paese. Chiedendo un differenziale di almeno 2 centesimi al litro rispetto al prezzo base nazionale. A pesare sono logistica, fattori produttivi, stagionalità, siccità e caldo. Quest’ultimo, secondo l’organizzazione agricola, avrebbe portato in alcune aziende a una riduzione della produzione fino a tre litri per capo.

Il confronto ha coinvolto direttamente le principali industrie di trasformazione regionali, Centrale del Latte di Roma e Fattoria Latte Sano, segno evidente che la questione non riguarda soltanto gli allevatori, ma l’intera catena produttiva.

A luglio è arrivata un’intesa che ha fissato a 48 centesimi al litro il riferimento per il latte alla stalla. A cui si aggiungono premi, maggiorazioni qualitative e i due centesimi messi a disposizione dalla Regione, portando il riferimento regionale a 50 centesimi. Un risultato che riconosce la specificità dei costi sostenuti dagli allevatori laziali. Ma che lascia anche capire quanto sia diventato necessario l’intervento pubblico se si vuole garantire l’equilibrio di una filiera strategica.

Un fondo totale di 4,5 milioni

Non è un caso, quindi, che la Regione abbia stanziato 3 milioni di euro per sostenere la liquidità delle aziende produttrici di latte bovino, riconoscendo esplicitamente l’aumento dei costi energetici e degli altri fattori produttivi. E altri 1,5 milioni di euro sono stati destinati al programma “Fresco Lazio”, pensato per aumentare la domanda di latte prodotto nel territorio laziale.

Il grano

Ma il problema non si ferma alle stalle. Anche il grano racconta una storia simile. A luglio Cia-Agricoltori Italiani è intervenuta dopo una sentenza del Tar Lazio sul monitoraggio dei costi medi di produzione del grano duro. La Confederazione italiana agricoltori ha chiesto che il sistema di rilevazione continuasse a garantire trasparenza e tutela ai cerealicoltori. Il nodo è sempre lo stesso: conoscere quanto costa realmente produrre è indispensabile per capire se il prezzo riconosciuto a chi coltiva sia sostenibile.

E qui arriviamo al punto

Il prezzo finale di un alimento non coincide col reddito dell’agricoltore. Tra il campo e il consumatore ci sono trasformazione, energia, refrigerazione, confezionamento, trasporto, distribuzione e vendita. Ogni passaggio ha i propri costi e i propri margini.

Il rischio è allora quello di una filiera nella quale il consumatore paga di più, mentre il produttore non necessariamente incassa di più.

È questa la contraddizione che il Lazio dovrebbe riuscire a sciogliere. Perché difendere l’agroalimentare non significa soltanto tenere bassi i prezzi sugli scaffali. Significa fare in modo che chi semina, alleva, raccoglie e trasforma possa continuare a farlo senza lavorare con margini ridicoli o addirittura in perdita. Altrimenti l’inflazione produrrà davvero l’effetto paradossale di far costare più caro il cibo rendendo più fragile chi produce.

Foto: Regione Lazio