
Le coperture assicurative non comprenderebbero le mareggiate, il presidente delle piccole e medie imprese catanesi chiede una revisione della normativa.
Aiuti a chi?
Gli aiuti annunciati dalla Regione Sicilia per le aziende travolte dal ciclone Harry? A sentirli raccontare sembrava una rete di salvataggio. A guardarli bene, somigliano più a un salvagente bucato. Il rischio concreto, denuncia il presidente della Piccola Industria di Confindustria Catania, Marco Causarano, è che una fetta enorme del sistema produttivo venga elegantemente ignorata. Come se il disastro avesse avuto il buon gusto di colpire solo gli indirizzi “giusti”.
Sostegno, ma solo per chi sta nel posto “giusto”
Secondo Causarano, l’idea di concedere ristori esclusivamente alle imprese site lungo la costa è una scelta miope. Come se il ciclone, con grande educazione, si fosse fermato al cartello “fine lungomare”. Certo, è sacrosanto aiutare chi ha visto la propria attività spazzata via dalle onde, stabilimenti balneari in testa. Ma fingere che il resto delle piccole e medie imprese siciliane non stia pagando il conto è, nella migliore delle ipotesi, un esercizio di fantasia.
Il turismo arranca, il settore delle bevande soffre, l’agroalimentare perde colpi: ordini cancellati, prenotazioni evaporate e fatturati in caduta libera. E poi ci sono le aziende finite sott’acqua o devastate dal maltempo che, per un curioso scherzo geografico, risultano escluse dagli aiuti perché non abbastanza “vista mare”.
E non finisce qui
Il meccanismo di sostegno, con quel raffinato equilibrio tra 60% di prestito (sia pure a tasso zero) e 40% a fondo perduto, sembra pensato più per salvare le apparenze che le imprese. Perché quando devi ripartire da zero, indebitarti, anche con condizioni favorevoli, non è esattamente la definizione di sollievo.
La beffa assicurativa: assicurati ma non protetti
Come se non bastasse il danno, arriva anche la “presa in giro” delle assicurazioni. Nonostante il nuovo obbligo di copertura contro le calamità naturali, migliaia di imprese rischiano di non vedere un euro. Le polizze infatti, coprono terremoti, alluvioni e frane, ma non le mareggiate. Proprio quelle che hanno distrutto buona parte delle attività costiere. Una svista notevole, per usare un eufemismo.
Il risultato è un piccolo capolavoro dell’assurdo: aziende in regola, premi pagati, contratti firmati… e nessuna tutela reale quando serve davvero. E quando qualcosa viene coperto, tra franchigie fino al 15% e l’esclusione dei danni indiretti, alle imprese resta comunque il conto più salato. Quello dei mancati incassi e dell’attività ferma.
L’appello: meno annunci, più soluzioni vere
La richiesta è semplice, anche se evidentemente rivoluzionaria: rivedere le regole, ampliare le coperture e costruire misure che non lascino indietro nessuno. Perché qui non si parla solo di numeri o bilanci, ma di un patrimonio imprenditoriale che rischia di sparire mentre le istituzioni discutono confini, percentuali e cavilli.
E la sensazione, sempre più difficile da ignorare, è che dopo la tempesta vera, le imprese debbano affrontarne un’altra: quella della burocrazia.
Foto: catania.mobilita.org































