La Ue ferma la distruzione di capi d’abbigliamento invenduti. Enorme impatto ambientale

Riuso, recupero, riutilizzo, insomma: ridurre gli sprechi

Per anni migliaia di capi d’abbigliamento, scarpe e accessori nuovi sono stati distrutti pur essendo perfettamente integri. Non perché difettosi, ma semplicemente perché invenduti o restituiti dai clienti. Una pratica diffusa, soprattutto tra i grandi marchi, che l’Unione Europea ha deciso di vietare per ridurre gli sprechi, tagliare le emissioni e favorire un modello produttivo più sostenibile, in linea con le politiche green e con gli obiettivi dell’economia circolare.

Un limite alla “produzione” di rifiuti

Da oggi, domenica 19 luglio, entra in vigore il divieto previsto dal Regolamento europeo sull’Ecodesign (Ue 2024/1781), che vieta alle grandi aziende del settore tessile di distruggere prodotti nuovi e utilizzabili. Abiti, calzature e accessori dovranno essere destinati al riuso, alla donazione, al riciclo o ad altre forme di recupero. Così da prolungarne il ciclo di vita e limitare l’impatto ambientale dell’industria della moda.

Le regole scatteranno subito per i grandi gruppi, mentre le medie imprese avranno tempo fino al 2030 per adeguarsi. Le piccole aziende, invece, sono escluse dal provvedimento.

Meglio buttar via piuttosto che svendere

In passato molte maison, soprattutto del lusso, preferivano eliminare le rimanenze piuttosto che svenderle, per evitare di svalutare il marchio o alimentare il mercato parallelo. Emblematico il caso di Burberry, che nel 2018 rivelò di aver distrutto in un solo anno prodotti per 28,6 milioni di sterline, suscitando forti polemiche e spingendo il settore a rivedere le proprie strategie.

Dichiarare le quantità di prodotti eliminati

Oltre al divieto, il regolamento introduce anche nuovi obblighi di trasparenza. Le aziende dovranno rendere pubblici quantità e peso dei prodotti eliminati, spiegare le ragioni dello smaltimento e indicare quanta merce è stata recuperata attraverso riciclo, riutilizzo o donazioni, oltre alle misure adottate per ridurre le eccedenze. Restano escluse dal divieto le merci pericolose, gravemente danneggiate, non conformi o che violano i diritti di proprietà intellettuale.

Quanto incide questo “smaltimento” sull’impatto all’ambiente?

La stretta nasce (anche) dai numeri dell’impatto ambientale. Secondo le stime richiamate da Assoutenti, ogni anno nell’Unione Europea fino al 9% dei prodotti tessili viene distrutto senza essere mai utilizzato. Quasi 600 mila tonnellate di materiali che producono oltre 5,6 milioni di tonnellate di emissioni di CO₂. A pesare è anche la crescita dell’e-commerce, dove circa un acquisto di abbigliamento su cinque viene restituito.

Per Assoutenti le nuove norme rappresentano un cambio di paradigma. I prodotti ancora utilizzabili dovranno avere una seconda vita, riducendo l’impronta ecologica di uno dei comparti più inquinanti e aumentando le possibilità di riuso e donazione. Per le grandi aziende della moda, il recupero delle eccedenze non sarà più una scelta, ma un obbligo di legge.

Foto: nonsoloambiente.it