Niscemi, 1.500 sfollati e un futuro sospeso: l’ipotesi Mineo e la corsa contro l’isolamento sociale

La terra continua a muoversi e con essa il destino di un’intera comunità. A Niscemi il bilancio degli sfollati ha già superato le 1.500 persone, pari a circa 500 famiglie, ma i numeri sono destinati a crescere. L’ampliamento della zona rossa, reso inevitabile dai nuovi crolli, potrebbe portare a 1.600–1.700 senza casa, ovvero circa 600 nuclei familiari. Un’emergenza abitativa che rischia di trasformarsi in una crisi sociale di lungo periodo.

Oggi la maggior parte degli sfollati è ospitata da parenti e amici; tra le 300 e le 400 persone dormono su brandine allestite nel palazzetto dello sport e nelle palestre scolastiche. Soluzioni tampone che non possono reggere nel tempo. La domanda che attraversa il paese è una sola: dove e come vivranno queste famiglie nei prossimi mesi?

In queste settimane è tornata a circolare l’ipotesi di una “new town” nella piana di Gela, sul modello del progetto realizzato dopo il terremoto dell’Aquila del 2009. Allora i tempi furono rapidissimi: cinque-sei mesi per le prime abitazioni, un anno per completare l’intero sistema. Oggi, però, replicare quel modello appare complesso.

Servirebbero poteri straordinari, risorse ingenti e scelte politiche immediate. In concreto: deroghe al Codice degli appalti e alle norme urbanistiche, una Protezione civile con poteri speciali, miliardi di euro e aree immediatamente disponibili. Una combinazione che, allo stato attuale, sembra lontana. Nel frattempo, l’emergenza non aspetta.

Per evitare che la sistemazione temporanea diventi definitiva e, soprattutto, per scongiurare l’isolamento sociale delle famiglie, la strategia operativa guarda a un raggio di 30–40 chilometri da Niscemi. L’obiettivo è mantenere i legami con il territorio, la scuola, il lavoro e i servizi.

In questa direttrice rientrano Marina di Acate, Gela e Caltagirone, territori che dispongono di un bacino significativo di abitazioni sfitte, oltre a servizi essenziali. Più distante, ma centrale nel dibattito, Mineo, dove torna d’attualità l’opzione dell’ex CARA.

Il Residence degli Aranci di Mineo, ex Centro di accoglienza per richiedenti asilo, è la struttura con la maggiore capienza. La proprietà lo definisce inutilizzato ma mantenuto in condizioni tali da poter ospitare migliaia di persone. Per renderlo operativo sarebbe necessario un accordo tra proprietà e Prefettura, con particolare attenzione all’agibilità degli impianti e agli standard abitativi.

La soluzione resta controversa: da un lato garantirebbe una risposta immediata per molte famiglie, dall’altro riapre il tema della concentrazione degli sfollati in un unico polo, con il rischio di creare una nuova marginalità.

Accanto all’ipotesi Mineo, emergono soluzioni più diffuse sul territorio. A Gela risultano oltre 50 abitazioni non occupate sul mercato, circa 60 a Caltagirone, una decina a Niscemi e a Marina di Acate. Opzioni fondamentali per le famiglie con figli in età scolare, che non possono allontanarsi troppo dal paese.

In questi casi, Comuni e Protezione civile potrebbero attivare affitti temporanei tramite ordinanze o avvisi pubblici, con contratti garantiti, pagamenti certi ai proprietari e copertura assicurativa per eventuali danni. Nell’area sono disponibili anche seconde case ammobiliate e sette agriturismi attivi.

Il sostegno economico passa dai Contributi di autonoma sistemazione (CAS), erogati dallo Stato e gestiti dalla Regione: da 400 a 900 euro al mese per nucleo familiare, per un anno. Risorse che, una volta dichiarata ufficialmente l’inagibilità delle abitazioni, potrebbero consentire a molte famiglie di trovare una sistemazione dignitosa.

Resta però il fattore tempo. Ogni settimana che passa rende più fragile il tessuto sociale di Niscemi. L’emergenza non è solo geologica: è umana. E la risposta dovrà tenere insieme rapidità, prossimità e visione, per evitare che una tragedia temporanea diventi una ferita permanente.